Rivista culturale Braille




ИмеRivista culturale Braille
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Un italiano a Istanbul. Questa donna porta ancora oggi le ferite di quella serata. Da quel momento la vita sembra esserle un po' sfuggita di mano. Ma Ayse Nana non ci sta, e ripete: «Io non sono mai stata una spogliarellista».

Conversiamo in turco («Parla piano, altrimenti non ti capisco»), ma la sua naturale allegria viene a tratti spezzata dai lamenti di un'anziana per gli acciacchi. «Scusami, ma non ho trovato qualcuno per fare l'iniezione oggi». Torniamo a parlare in italiano anche per far capire a sua figlia, Argia Sara Pastore, cantante lirica, un soprano, seduta accanto a lei.

«Io non parlo con nessun giornalista» mi dice subito, «mi hanno invitato a un sacco di trasmissioni, non ci sono andata. Neanche alla Rai. Non voglio fare il Don Chisciotte. Tanto io dico bianco, loro dicono nero. Ed è il nero che arriva al popolo». L'amarezza non nasconde la sua rabbia. Quando le chiedo: cinquant'anni dopo quella serata, lei che cosa vorrebbe dire?, quasi urla con dolore: «Io voglio dire che vorrei morire in pace, che mi devono lasciare tranquilla. La fiction che hanno fatto in televisione (Vita da Paparazzo, Canale 5) e tutte le falsità che hanno detto mi hanno ferito ancora una volta. Quel giorno, quando ho visto la tv, sono riemersi tutti i fantasmi. Mi raccontavano come se fossi una spogliarellista. Ho tanti mali, soffro di cuore. Se non veniva il mio medico rischiavo un infarto. Che cosa vogliono da me? Poi, l'attrice che interpretava il mio ruolo, come bellezza non ha niente a che fare con me. Anzi, è bruttina...».

Spiega il suo avvocato Giuseppe Pio Torcicollo che Aiche Nanà ha eccezionalmente accettato questa intervista «anche per liberarsi dall'ossessione di quella orrenda immagine ribadita nella fiction, fonte di nuova visibilità negativa per lei, che ormai da vent'anni non appariva più sulla scena pubblica, e aveva riacquistato la stima e la fiducia. Come persona, come essere umano, e giammai in quanto «icona della trasgressione», un aspetto costruito dai mass media che non ha nulla a che fare con la realtà. Il suo era ben altro, un anticonformismo inteso come atteggiamento mentale, culturale, spirituale. Una ricerca di libertà. Abbiamo tutti il dovere di restituire Aiche Nanà alla sua vita vera, quella che le è stata tolta condannandola sul patibolo del gossip e della stupidità».

Ma qual è la sua difesa per il famoso strip-tease al Rugantino? Aiche Nanà, a ripensarci, ancora si arrabbia: «Io non ho fatto la spogliarellista. Io a 14 anni ho debuttato con Sherazade di Rimskij-Korsakov. Ho fatto la danzatrice davanti a migliaia di persone che applaudivano». Che cosa si rimprovera oggi l'ex ballerina? «Il mio errore è stato di venire in Italia e poi di sposarmi qui. Se fossi rimasta in Francia... A Parigi stavo facendo una bella carriera. La mia disgrazia fu di voler fare un film internazionale, con De Sica, e di venire in Italia. E poi ci fu quella stupida serata...». E perché non è tornata in Francia? «Perché mi sono sposata con il padre di Sara».

Aiche Nanà ha solo brutti ricordi dell'Italia? Quando glielo chiedo cambia subito tono, si lascia andare alla memoria: «No, anche bellissimi. Quando ho recitato Baudelaire ho avuto premi prestigiosi, c'erano cinquecento studenti con il testo in mano, il sindaco in prima fila. Poi ho fatto avanspettacolo: quello dei tempi del grande varietà, non quello degli spogliarelli. Io con la mia piccola compagnia di 22 persone facevo il tutto esaurito».

Si tuffa nei ricordi con un certo orgoglio: «A Roma c'era il teatro che poi diventò il cinema Rouge e Noir. Facevo il pieno con i miei spettacoli, fuori c'era la fila. Una ressa tale che una volta il direttore artistico, poveraccio, si ferì e finì in ospedale». Ricordando, ma senza quasi mai nominarli, gli amici importanti, Nanà sorride. «Era l'epoca della vera Dolce vita, si andava fuori, nei ristoranti, nei bar, a ballare... Io a quel tempo andavo a una festa ogni sera. Perché ero amica di Faruk, il re d'Egitto. In un'occasione mi mandò cento rose baccarat. Non capirmi male... andavamo fuori a cena, ma sempre con la sua ragazza accanto. Lui veniva a vedere i miei spettacoli. Sai, una volta sono uscita da un ristorante con mio marito e uno sceicco, e i giornali hanno tagliato mio marito dalla foto lasciandomi sola con lo sceicco. Questo erano i giornali. Se l'un per cento di quello che hanno scritto fosse vero...».

Le domando: come vorrebbe essere ricordata? «Io ho cominciato a lavorare a 14 anni a Istanbul, dove sono stata eletta Miss Bikini». La figlia mi mostra le vecchie foto. Aiche è orgogliosa di essere stata la prima donna ad aver indossato il due pezzi in Turchia. Continua: «Sono stata eletta anche Miss Bosforo, mia madre mi aveva preparato in maniera intelligente. Quando sono uscita dalla cabina per sfilare con il costume indosso, c'era una folla incredibile, c'erano poliziotti, anche l'esercito».

Ma il suo destino era quello di ballerina: «La mia arte era la danza, alla gente piaceva moltissimo. Io ballavo in maniera particolare, non la solita danza del ventre. Siccome da piccola avevo studiato danza classica, la facevo sulla punta dei piedi con le scarpine. Improvvisavo, facevo acrobazie. Mia madre, per farsi coraggio, aveva un bicchiere di whisky in mano dietro le quinte. Non era facile ballare davanti a tremila persone».

Le chiediamo di parlarci dei film fatti in Turchia. «Avevo 16 anni, scrissi anche sceneggiature, dove le lacrime scorrevano a fiumi. Producevo - in quel periodo in Turchia in 15 giorni si girava una pellicola - un film al mese». La sua ultima volta in Turchia, però, è un brutto ricordo: «Sono tornata solo nel 1964. Facevo Salomè. Come si sa, a un certo punto la protagonista mostra la testa di Giovanni Battista in un vassoio. Tra il pubblico molti non conoscevano la storia ed equivocarono. Perché, proprio in quel periodo, c'era la crisi di Cipro. Pensarono che nel vassoio la testa con la barba fosse quella dell'arcivescovo Makarios, il leader greco cipriota antiturco, e che in scena io lo adorassi baciando quella testa. Per fortuna in sala c'era un gruppo di giovani studenti che avevano capito la scena e mi fecero da scudo. Non so che cosa mi sarebbe successo... Ci rifugiammo all'Ambasciata italiana e i diplomatici mi fecero scortare fino all'aeroporto».

Un'ultima domanda: In Italia oggi c'è un ministro donna che ha fatto la showgirl e ha anche posato seminuda. Non si scandalizza quasi più nessuno. Invece lei, per una serata, ha pagato tutta la vita. Che effetto le fa? «Le cose oggi sono cambiate. Io, per scappare da quelle foto, ho passato una vita isolata. Ho detto basta, ho lasciato tutto, mi sono comprata una casa fuori Roma. Dove abito mi facevo chiamare Anna, vivevo tranquilla, portavo da mangiare ai gatti randagi, nessuno sapeva chi fossi realmente. Poi, con quella fiction di Canale 5, hanno scoperto la mia identità e nel condominio non mi salutano più. Perché mi hanno riconosciuta. E mi prendono di nuovo per una ex spogliarellista!».


La figlia: «È stato un incubo anche per me»

Quella serata al Rugantino non ha pesato solo su Aiche Nanà. «lo stessa» dice la figlia Argia Sara Pastore, cantante soprano, «mi sono trovata penalizzata dall'immagine imposta a mia madre. Vent'anni fa mi proponevano delle situazioni sexy, una marea di soldi per posare a seno nudo. Ho dovuto battermi per portare avanti il mio lavoro».

- Per la fiction Vita da paparazzo avete fatto causa a Canale 5...

«Molto era falso. Per esempio, non c'era la polizia alla festa, lei ballava perché l'avevano drogata e fatta ubriacare. Lei non capiva, parlava turco e francese. Poi, nella confusione, prese una gomitata e solo riprendendosi si rese conto della situazione. C'era questo giovane giornalista che poi è diventato mio padre. Hanno finito la serata al Pipistrello. La polizia arrivò poi».

- Malgrado tutto, lei ha potuto avere una carriera artistica?

«Ho lavorato moltissimo alla radio, poi su Rai Uno con Mario Landi. Su Rai Due. Sono diplomata a Santa Cecilia. Insegno canto».

- Avevate anche un teatro?

«Mia madre ha gestito per 18 anni il teatro di Trastevere, a via della Scala, piccolissimo, un teatro de poche dove mi ha fatto debuttare».

Yasmin Taskin

(«il Venerdì» n. 1100/09)


La via del blues

- Da Chicago a New Orleans, abbiamo ripercorso a ritroso il cammino lungo il quale il sound africano colonizzò gli States. E conquistò il mondo. -

I nativi che abitavano da queste parti prima dell'arrivo dell'uomo bianco lo chiamavano Mee-zee-see-bee (letteralmente «vecchio, grande, forte fiume»): e già il nome sembra musica. Poco lontano dalle sue sponde prese corpo una delle più antiche strade d'America: la Natchez Trace, che in 724 chilometri collega Nashville con Natchez, porto fluviale che sorge poco prima che sterminate paludi accolgano nelle loro acque stagnanti il grande fiume. Da pista di bisonti, poi trasformata in sentiero, questa strada divenne successivamente un cardine della rete viaria americana, collegando la valle del fiume Ohio al Golfo del Messico.

I pionieri trasportavano i loro prodotti lungo il fiume, su chiatte, sino a Natchez, dove vendevano tutto (chiatte comprese) per poi tornare a piedi al Nord seguendo una strada che toccava (e tocca) piccoli borghi dove sogni e realtà si intrecciano. A partire dai loro nomi: Old Trace, Water Valley, Metal Ford, Cypress Creek, Witch Dance, Tupelo. Da qualche anno la Natchez Trace è diventata una sorta di laico «Cammino di Santiago» a stelle e strisce, percorsa da migliaia di «pellegrini» che marciano immersi nella natura guadando torrenti, costeggiando laghi e sostando in prossimità di sterminate piantagioni di tabacco.

Questi anfratti dell'America profonda hanno fatto da scenario anche a un altro viaggio che ha contrassegnato la storia di questo Paese: quello che ha portato centinaia di migliaia di nipoti degli schiavi dal delta del Mississippi sino ai grandi laghi, al confine con il Canada. L'abbandono dei campi di cotone dell'America rurale alla ricerca di una occupazione nelle grandi fabbriche del Nord. Centinaia di chilometri percorsi inseguendo la materializzazione dell'american dream. Portando con sé le proprie radici, le proprie canzoni, i ritmi dell'Africa mai dimenticata. Ripercorro questo viaggio con una rotta inversa, ovvero partendo da Chicago, la città di Barack Obama. E del blues.

Chicago: musica nel vento

«Chicago è un sassofono», sostiene lo scrittore Neil Tesser. Qui il vento, il fiato della terra, non manca mai: non a caso il suo nickname è windy city. A Chicago il vento è continuo, un mantice ideale per suonare un enorme sassofono. Con le folate glaciali dell'inverno, giorno e notte pompa note nei locali, negli studi di registrazione, nelle sale prove, negli uffici delle tante piccole etichette che fanno della città il terzo centro musicale d'America dopo New York e Los Angeles. Da sempre Chicago è la cinghia di trasmissione tra le varie culture, tra le varie migrazioni degli Stati Uniti. È qui che trovarono ospitalità, nei primi anni del '900, i jazzmen reduci dalla chiusura del quartiere proibito di New Orleans. Qui si sono vissuti i giorni frenetici dell'Aacm, l'associazione di «musicisti creativi» di ardore free-jazz. E qui si sono uditi i primi vagiti del rock-jazz, della house music e del post rock. Per ritrovare i sapori forti e gli aromi intensi ancora oggi bisogna puntare le orecchie verso il «grande fiume» del blues, che scorre ancora impetuoso.

Da Rosa's Lounge, locale nel cuore del West Side gestito da un batterista italiano e da sua madre Rosa, assisto a un concerto senza tempo. Sul palco un uomo di colore con una chitarra elettrica rosso vivo regala al pubblico una manciata di blues e un sorriso di denti d'oro. La sua è la musica di un popolo il cui orgoglio si respira al Du Sable Museum of African American History, un museo dove non vengo accolto con «hello and welcome», ma con «jambo and karibu», in lingua kiswahili. La mission del museo, dove è quasi impossibile incontrare un visitatore bianco, è sintetizzata dal titolo di una hit di James Brown: Say it loud, I'm black and I'm proud («dillo forte, sono nero e ne sono fiero»). La conferma arriva quando, in un lungo corridoio, vedo frotte di genitori mostrare ai propri pargoli ritratti di storici sovrani africani. In omaggio a tanto orgoglio delle proprie radici, prenoto un tavolo alla House of Blues per il Sunday Gospel Brunch. Tra pareti affrescate con murales e decorazioni ispirati alla Louisiana e al voodoo si celebra un sontuoso concerto di gospel, a cui assisto abbuffandomi di soul food, la succulenta cucina del Sud.

St. Louis: Chuck Berry e la Bud

Con l'autostrada si salta da una città all'altra percorrendo chilometri di niente. Perciò scelgo le strade secondarie, dove m'imbatto in una miriade di centri urbani che, per dirla con le parole di William Least Heat-Moon (Strade Blu, Ed. Einaudi), sono «piccole città che trovano un posto sulle mappe soltanto perché i cartografi hanno uno spazio bianco da riempire». Iniziano e finiscono tutti con una sfilza di centri commerciali e di luoghi di culto. La guida telefonica conferma che ogni centro ospita almeno una mezza dozzina di «chiese». La sovrabbondanza spirituale fa da contraltare alla miseria materiale. Qui la stagnazione economica è evidente.

Il sottile profilo del Gateway Arch segnala l'ingresso in St. Louis, l'ex «cancello del West». Qui è ancora viva la fama dello «Sceriffo dell'Inferno», un pianista, William Bunch, più noto come Pete Wheatstraw. Visse negli anni in cui St. Louis era la capitale del low-life blues, suonato nelle case di malaffare e nelle bische attorno a Morgan street, nel quartiere di Deep Morgan.

Oggi St. Louis è una città sonnolenta, dove i locali più vivaci sono nel Loop, lontano da Downtown. Il cuore è in Delmar boulevard, che corre per metà in città, per metà fuori. È qui che ha sede il Blueberry Hill, un locale frequentato da Chuck Berry. Appartiene a Joe Edwards, un vispo signore di mezza età. Con orgoglio mi mostra le foto alle pareti che lo immortalano con le star della musica. Da Aretha Franklin a Erykah Badu, da Keith Richards a Robert Plant, sembra che nel locale di Joe siano passati tutti, non solo chi a St. Louis ci è nato (Miles Davis) o ci è vissuto a lungo (Tina Turner). Joe racconta un'infinità di aneddoti, accompagnandoli con boccali di «Bud»: la fabbrica della birra Budweiser è uno dei (pochi) vanti cittadini.

Prima di lasciare St. Louis, adempio a due precetti: una partita al Pin-Up Bowl, pista da bowling vecchio stile, e una sosta al Ted Drewes' Frozen Custard, storico snack point sulla leggendaria Route 66, che collegava Chicago con Santa Monica, in California. La «strada madre», come la battezzò Steinbeck, la più usata per le migrazioni verso ovest. Io, invece, punto verso sud, verso i campi di cotone del Tennessee.

Nashville: canta che ti passa

Il suo nickname dice tutto: music city. Nelle radio locali, ma anche nei bar e nei negozi di souvenir, viene sparata a palla una canzone: Sweet Home Alabama. Oggi è una sorta di inno e molti dimenticano che nacque come grido di rabbia, nel 1974. Era il feroce atto d'accusa della band Lynyrd Skynyrd contro i segregazionisti e soprattutto verso Neil Young, che aveva scritto un paio di canzoni ritenute razziste.

Da queste parti la gente ha poche pretese, perché una realtà come quella del Tennessee, dove 15 persone su cento vivono sotto il livello di povertà, non lascia spazio alle illusioni. Qui per essere felici sono sufficienti una costoletta di bue, un buon giro di chitarra e una chiesa dove raccomandarsi al Signore. Spesso musica e religione si confondono: è sufficiente un tour nel sontuoso Ryman Auditorium per sentirsi in una cattedrale. Da Caruso a Sheryl Crow, in tanti hanno calcato il suo palco. Johnny Cash si è esibito decine di volte in questo tempio, che oggi è dedicato a lui. Per vedere uno dei suoi leggendari abiti neri basta fare un salto alla Country Music Hall of Fame. Ci trovo anche le camicie degli Everly Brothers e i vestiti di scena di Patsy Cline. Il «gold piano» di Elvis, regalatogli dalla moglie Priscilla nel primo anniversario delle nozze, e quello western di Webb Pierce, con borchie, pistole e teschi di bue. Ci sono il Wall of gold records, una parete tempestata di dischi d'oro, e un'intera sezione dedicata ad Hank Williams Jr, icona della country music.

Cerco un biglietto per assistere al Grand Ole Opry, il più longevo programma radiofonico del mondo, in onda sui 630 WSM - AM. Tutti i più grandi artisti del country, da quasi 80 anni, vi partecipano. Lo studio di registrazione è un grande palco ospitato nella Opry House, 16 chilometri a est del centro di Nashville, nella cosiddetta Music Valley Opryland: in pratica, un grande centro commerciale, con il
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